Don Pasquale & Donizetti: divertimento assicurato

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Con un nuovo allestimento, firmato da Davide Livermore, torna sul palcoscenico del Teatro alla Scala il donizettiano Don Pasquale. Composto velocemente: dieci, undici giorni per approntare la partitura vocale destinata ai cantanti, che potevano cominciare ad imparare la loro parte. A chi rimprovera al grande maestro bergamasco la proverbiale rapidità, Donizetti stesso risponde: Quando un soggetto è piacevole, il cuore parla, la mente galoppa e la mano scrive…”.

Il risultato è sotto gli occhi, o meglio, nelle orecchie degli ascoltatori a datare dal 3 gennaio del 1843, quando Don Pasquale ricevette una trionfale accoglienza dal pubblico parigino del Théatre des Italiens. Donizetti, componendo quest’opera comica, prende per la verità a prestito alcune melodie da precedenti lavori; autoimprestito ininfluente nel formulare il giudizio su questo gioiello musicale del teatro ottocentesco. Un capolavoro, nel genere dell’Opera buffa. Al tempo della composizione del Don Pasquale era ormai una forma operistica in declino (ne sapeva qualcosa Giuseppe Verdi, che qualche anno prima aveva provato l’amara esperienza del tonfo scaligero con il suo Un giorno di regno), soppiantata nel gusto del pubblico dall’opera semiseria, con lavori quali La Gazza ladra rossiniana e La Sonnambula belliniana. Donizetti riutilizza un modello comico tipico del teatro italiano, ma con una visione comica proiettata su uno sfondo di sentimenti ed emozioni sconosciuto in precedenza. Don Pasquale ha uno spessore maggiore di quei personaggi che sembra ricalcare. Il compositore crea la prima opera buffa italiana senza recitativi accompagnati dal clavicembalo, ma con l’intera orchestra. Dell’entusiasmo si è già detto; a rimanerne sorpreso fu lo stesso Donizetti, che dopo alcune settimane, in trasferta a Vienna scrive: Ho ricevuto da Parigi otto giornali che parlano ancora del mio Don Pasquale. Sono sorpreso, ed il risultato sono 19.000 franchi in undici giorni. Un mistero della fortuna. Ecco tutto! Ma la fortuna bisogna sapersela meritare…E’ il successo che arride da sempre a questo capolavoro.

Il regista Davide Livermore, adiuvato da una scenografia fantasmagorica da lui stesso creata assieme a Giò Forma, esaltata dai bellissimi costumi di Gianluca Falaschi, immerge la vicenda del vecchio scapolo in una Roma dal marcato sapore felliniano, impregnata di atmosfere oniriche e scattanti trovate, che non risultano mai eccessive, se non nell’evocazione dell’incombente madre iperpossessiva. Curatissima la regia, che obbliga i cantanti a un surplus di energia e attenzione. Ambrogio Maestri è un Don Pasquale dalla figura imponente, aiutato da un naturale physique du role, che si apprezza per la capacità di caratterizzazione del personaggio senza scendere nel macchiettiamo, ma conservandone la dignità. Ottimo nel veloce sillabato, il suo punto di forza, fa valere (pur con mezzi vocali che mostrano in acuto qualche difficoltà) la pregnanza della sua interpretazione. Commovente nel recitativo: E’ finita, Don Pasquale… Mattia Olivieri è un Dottor Malatesta dai buoni mezzi vocali, ma che si “canta addosso”, gigioneggia, risultando alla lunga sopra le righe e manierato. Ottimo anche lui nel velocissimo sillabato. Renè Barbera presta al personaggio di Ernesto un timbro contraltino agile in acuto, il suono squilla, ma la voce manca fondamentalmente di grazia e soprattutto di colori, limitata nel fraseggio. Così il recitativo e aria Povero Ernesto, Cercherò lontana terra,si riducono a un canto monocorde, mentre la regia crea un momento d’intensa e magica sospensione. La serenata Com’è gentil è pesante, senza languore ed eleganza; nel duettino Tornami a dir che m’ami , il timbro non si sposa con quello del soprano. Rosa Feola è una Norina dal bel timbro caldo ed omogeneo (se si eccettua una leggera carenza nei centri), sale con fluidità, precisa nella vocalizzazione, sapida nella dizione, varia nei colori e negli accenti, gustosa interprete. Il notaro, era il divertente Andrea Porta. Coro sempre puntuale, istruito da Bruno Casoni. Buona la direzione di Riccardo Chailly, che contribuisce al risalto e al godimento dell’opera, intenta ad ottenere un suono orchestrale plastico e rotondo, legando fossa e palcoscenico, senza però riuscire a imprimere alla partitura donizettiana una vera cifra personale. Festosi applausi per tutti, principalmente al protagonista Maestri. Recita del 6 aprile.


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