The Rain, un fallimento a tutto tondo

The Rain (2018)
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L’attesissima The Rain ha debuttato su Netflix lo scorso 4 maggio. C’è davvero poco da salvare in questa serie danese che, sebbene si basi su un’idea interessante, si distingue per una sceneggiatura ridicola e una recitazione mediocre.

A volte sbagliano perfino dalle parti di Netflix. E The Rain dimostra che quando lo fanno, lo fanno alla grande. La serie, di stampo post-apocalittico,  parte da un concetto che poteva pure essere interessante: un virus mortale che si diffonde attraverso la pioggia, mette a rischio l’intera razza umana. Due fratelli, Simone (Alba August) e Rasmus (Lucas Lynggaard Tønnesen), dopo aver vissuto per sei anni in un bunker, escono alla luce del sole e entrano a far parte di un gruppo di sopravvissuti.

Peccato che, questa specie di The Walking Dead senza gli zombie, si sia affossato da solo con situazioni e personaggi poco credibili e una recitazione capace di farci rivalutare The Room. E per capirlo basta analizzare il primo episodio.

The Rain (2018): i ragazzi all'arrivo

The Rain (2018): i ragazzi all’arrivo nel bunker

Tutto comincia con il padre dei due ragazzi che si precipita a scuola a prendere la figlia dicendo che tra poco pioverà. La carica in macchina insieme al fratellino (che avrà sei o sette anni) e comincia a correre all’impazzata, in autostrada, non si capisce bene per andare dove.  Mentre va a duecento all’ora zigzagando tra gli altri veicoli si gira a controllare che il figlio abbia messo la cintura di sicurezza (padre modello) e scatena un incidente che coinvolge perfino un camion ribaltato che occupa tutta la strada. 
Il padre non demorde. Prende tutta la famiglia, miracolosamente illesa, e si dirige nel fitto bosco che costeggia l’autostrada per andare in un bunker che, guarda caso, è proprio a due passi dal luogo dell’incidente. Tutto questo mentre il cielo si sta facendo sempre più grigio. 

Una volta nel bunker futuristico,  il padre saluta e se ne va, lasciando i figli e la moglie con un tablet da cui possono controllare tutto e promettendo che tornerà presto. La cosa divertente è che, oltre al tempismo ridicolo della sequenza, tutti lo salutano senza troppe domande. Meno di cinque minuti dopo, i figli fanno l’unica cosa che il padre si era raccomandato non facessero: aprono la porta del bunker. La madre, nel tentativo di evitare che si bagnino, finisce fuori e muore sotto la poggia contaminata.

I due rimangono soli nel bunker e cominciano a organizzarsi. Il ritrovamento di una radio, avvenuto tre minuti dopo aver visto la madre morire tra gli spasmi per un virus letale, riporta il sorriso sui loro volti. Tanto che un istante dopo se ne vanno a dormire tranquilli e sereni. In The Rain non c’è spazio per la tristezza.

I ragazzi, lei avrà quindici anni e lui sempre sette, trasformano il bunker nella loro casa, aspettando l’ipotetico ritorno del padre. Con un piano fisso che “Kubrick scansati” e una pianta di fagioli seminata lo stesso giorno che sono entrati nel bunker (non sia mai che manchino i legumi) che cresce a vista d’occhio, il regista cerca di farci credere che sono passati sei anni (lo confermerà pure Simone, nel caso lo spettatore non lo avesse capito). E qui scatta un’altra risata fragorosa: Simone è ovviamente la stessa attrice (stavolta con i capelli corti), Rasmus (il bambino che aveva si e no sette anni) è diventato un maggiorenne palestrato. 

The Rain (2018): i fratelli dopo 6 anni nel bunker

The Rain (2018): i fratelli dopo sei anni nel bunker

A questo punto continuare con le pecche della sceneggiatura ha poco senso, credo sia piuttosto chiaro che The Rain sia un prodotto pensato male e prodotto peggio. Soffermiamoci però sulla recitazione dei protagonisti. La fortuna dei genitori è che escono di scena piuttosto presto e non hanno l’opportunità di fare più danni di quelli che comunque hanno fatto. I figli, invece, hanno l’ingrato compito di riempire la scena per la maggior parte del tempo. La August, che recita in terra natia dal 2001 e a quanto pare è pure famosa, è semplicemente mediocre, ma almeno ci prova. Diciamo che è come quando, alle superiori, si da la parte della protagonista alla studente più estroversa della classe perché non ci sono molte alternative. Il vero disastro artistico è rappresentato dal fratellino Rasmus, tanto nella versione bimbo che in quella ragazzo. E se al bambino non possiamo dire nulla (casomai potremmo fare i complimenti ai genitori che lo hanno messo in questa specie di circo), a Tønnesen non ci resta che consigliare una carriera alternativa o, quantomeno, una scuola di recitazione. Davvero un insulto al buon gusto dello spettatore. 

Difficilmente Netflix sbaglia, e altrettanto difficilmente mi permetto di essere così duro con una serie TV, ma questa volta non ci sono scusanti. The Rain è un prodotto di bassissima qualità sotto ogni punto di vista.

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